L’identità di un brand, oggi, non è più appannaggio esclusivo dal management dell’azienda di cui fa parte. È, invece, il risultato di un processo partecipativo in cui i consumatori (attuali e/o futuri) sono attivi.

I consumatori, infatti, entrano in quello che è a tutti gli effetti un processo co-creativo, aumentando la competitività e il processo di innovazione sia di un brand che dei suoi prodotti. Di qui l’importanza di un approccio d’analisi che sia sia qualitativo che efficiente.

Con la netnografia è possibile comprendere le idee, i valori e le interazioni dei consumatori, osservando le brand community in cui essi stessi sono attivi in termini di utenti – e connettendo così la percezione dell’utente/consumatore con l’identità del brand.

Osservando le pratiche delle community, in particolare, si possono consolidare i clienti già acquisiti, ma anche facilitare l’acquisizione di clienti potenziali. E questo come avviene, concretamente? Le pratiche d’analisi possono essere raggruppate in quattro aree tematiche che fanno parte di un processo ciclico e interconnesso:

1) social networking

2) impression management

3) community engagement

4) uso del brand

Ma cosa permette l’osservazione e le analisi delle pratiche? Cioè, che cos’è che può fare veramente la differenza, nell’accostarsi ad aree apparentemente generiche come quelle dei punti da 1) a 4)?

L’approccio stesso.

Un approccio netnografico, infatti, consente la comprensione del contesto, sia online che offline, e la conseguente generazione di insight ‘forti’ raccolti dagli users mentre agiscono in condizioni concrete, giornaliere – in una parola: vere.

Se i focus group e i questionari realizzati offline non sempre suggeriscono gli insight necessari al rinnovamento del brand, perché danno molti dati ma troppo spesso ne danno di ‘deboli’, la netnografia rende possibile un approccio nuovo.

Si possono generare, così, suggerimenti utili ad impattare su necessità critiche:

– come migliorare l’impatto del brand;

– come individuare le best practice;

– come evitare di perdere opportunità significative;

– come concentrare al meglio le risorse di budget;

– come individuare i trend in essere e futuri.

Sono aree troppo importanti, queste. Qui non bastano i “big data”: servono “good data”